Presentazione
LE VOCI DELL'INCHIESTA
13-17 aprile 2011: NON PUOI NON SAPERE
Per informazioni, ospitalità, accrediti: inchiesta@cinemazero.it
E’ una manifestazione dall’originale impianto multimediale, ideata per favorire un confronto del pubblico e degli operatori con lo “strumento” dell’inchiesta, per sua natura giornalistico, ma al tempo stesso prezioso mezzo di espressione artistica per autori e cineasti, sempre più attuale e necessario per analizzare la complessità crescente della realtà. Il palinsesto è articolato in proiezioni, incontri, letture, dibattiti, organizzati e suddivisi per temi e forme d’inchiesta, distribuiti nelle tre sale di Cinemazero. Anche quest’anno fiore all’occhiello del festival saranno gli ospiti davvero d’eccezione. “Le voci dell’inchiesta” riunirà a Pordenone alcuni maestri e i protagonisti odierni dell’inchiesta giornalistica (in tutte le sue manifestazioni: dalla carta stampata a internet, ai nuovi media), dell’inchiesta filmata (cinematografica e televisiva).
Le prime tre edizioni del festival Le voci dell'inchiesta (2007-2009) hanno avuto un eccellente riscontro di pubblico e mediatico. Fra gli ospiti intervenuti, vi sono Paolo Ruffini (direttore RAI3), Giovanni Minoli (direttore RAI educational), Corradino Mineo (direttore RAI News24), Enrico Ghezzi, Riccardo Iacona, Oliviero Beha, la fotografa Letizia Battaglia, il procuratore antimafia Roberto Scarpinato, i giornalisti Corrado Stajano, Curzio Maltese, Marco Travaglio, Gianfranco Pasquino, Duilio Gianmaria, Mimmo Candito, Sergio Canciani, Sigfrido Ranucci e Maurizio Torrealta, Saverio Lodato, Valeria Palumbo e L'Europeo, Gianni Barbacetto, Domenico Iannacone, Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani, Loris Mazzetti, Pif de Le Iene, Carlo Ripa di Meana, Roberto Savio, Alejandro Incharregui, Beppino Englaro, Ulderico Pesce, i registi Altemeier & Hornung, Gregoretti, Emmer, Bisiach, Mingozzi, D. Segre, Conversano e Grignaffini, Gay, Agosti, Pannone, Bigoni, Lazzaro, Brunetti, Missio, Bortoluzzi, Cellini, e molti altri ancora fra scrittori, registi e giornalisti.
LE VOCI DELL'INCHIESTA (The voices of the investigative journalism)
5 th edition, 13th -17th April 2011
For further information, hospitality and accreditation, please send an e-mail to: inchiesta@cinemazero.it
The festival aim is to broaden the access to investigative journalism for both citizens and professionals through screenings, meetings, lectures and debates, divided by theme. Since investigative journalism is also a means of artistic expression, we encourage to analyse the growing complexity of reality through the works of independent filmmakers.
Our guests are among the most important contemporary protagonists of investigative journalism in all its genres: paper, internet, new media, and film.
The main venue of the festival is Cinemazero (www.cinemazero.it).
Voci dell’inchiesta 2011
Marco Rossitti
Se molti sono i temi che informano la V edizione de "Le voci dell'inchiesta", uno in particolare ne attraversa sinuosamente l'intero programma, ora mostrandosi apertamente ora celandosi, alla stregua di un fiume carsico, in mezzo ad autori, titoli ed eventi: è il tema della televisione. Tv innanzitutto come archivio della memoria, serbatoio inesauribile di documenti sul "come eravamo". Storie dell'emigrazione - che il festival riporta alla luce dalla stiva di quella nuova arca contemporanea rappresentata dalle Teche Rai - è un’inchiesta realizzata nel 1972 per la Rai dal maestro del cinema italiano Alessandro Blasetti. Le cinque puntate da un'ora - ispirate al racconto Il lungo viaggio di Sciascia - ripercorrono i momenti salienti dell’emigrazione italiana dall’Unità d’Italia alla tragedia di Marcinelle. Blasetti, non nuovo al "genere" (Europa di notte, 1959, per la sala; La lunga strada del ritorno, 1962, per la tv), era convinto che la televisione dovesse essere usata "a futura memoria" per la raccolta, organizzazione e spettacolarizzazione di informazioni. «Nessuna predica. Nessuna lezione. Nessuna conferenza sul tema». Storie appunto (e non Storia) «vere, autentiche, ora drammatiche, ora persino divertenti». La visione con cadenza giornaliera (una puntata al dì per i cinque giorni della manifestazione) di queste Storie dell'emigrazione, meglio se messe in relazione con altri titoli in programma sullo stesso tema, offrirà l'occasione non solo per riflettere su un passato non molto lontano in cui i migranti - e spesso anche i clandestini - eravamo noi, ma anche per confrontare - in un cortocircuito memoriale tra emigrazioni di ieri e immigrazioni di oggi - le condizioni di vita dei nostri avi con quelle di chi, ogni santo giorno, approda alle nostre coste.
L'occasione per ripercorrere a ritroso, in una sorta di "emigrazione al contrario", uno degli innumerevoli odierni viaggi della disperazione, verrà offerta da un documentario della serie Radici, un nuovo programma di RaiTre, presentato al festival in anteprima nazionale, che vuole offrire - come annota l’autore Davide Demichelis - «uno sguardo nuovo, disincantato e sereno, sul fenomeno dell'immigrazione. È un viaggio nella terra natale di alcuni immigrati che vivono in Italia». Delle quattro puntate in cantiere (Marocco, Senegal, Bolivia, Bosnia) abbiamo scelto di mostrarvi quella che ha per protagonista Maguette Dzengue, musicista e cantastorie senegalese che oggi vive a Torino, dove ha sposato una ragazza italiana, e che diventerà la nostra guida alla scoperta delle tradizioni e della cultura musicale del suo paese.
Radici è una delle tante produzioni di qualità di RaiTre, una rete che da più di vent'anni - sotto la direzione illuminata di Angelo Guglielmi prima, e di Paolo Ruffini poi - lavora per restituire al servizio pubblico televisivo il ruolo di istituzione sociale e di strumento di promozione culturale. Proprio all'uomo che inaugurò, nella Rai della seconda metà degli anni ’80, un «progetto pedagogico e di divulgazione di "alta cultura" come nemmeno la paleotelevisione degli anni ’50 aveva osato» (Aldo Grasso) sarà dedicata la serata inaugurale del festival. Scrittore, critico letterario, letterato neoavanguardista, cofondatore del "Gruppo 63" con Eco e Sanguineti, Angelo Guglielmi, richiamandosi a modelli culturali "alti", in particolare a Pasolini («raccontare la realtà attraverso la realtà») fu protagonista di una svolta radicale nella storia della televisione italiana: la nascita della cosiddetta "tv verità". In soli sette anni (1987-1994) di «lavoro intenso e febbrile, ma anche di frenesia e allegria» (Gad Lerner) una giovane (ed allora un po' emarginata) RaiTre si trasformò, sotto la sua guida, da Cenerentola del sistema televisivo nazionale in «una televisione vera, popolare, immersa nella realtà» (Lerner), con «un disegno editoriale televisivo mai visto e oggi irripetibile» (Bruno Voglino). I programmi nati in quel periodo - Chi l'ha visto?, Samarcanda, Un giorno in pretura, Telefono giallo, Mi manda Lubrano, Profondo Nord, Il rosso e il nero, Milano Italia... - fecero uscire le telecamere dagli studi, portandole nelle case e sulle piazze italiane, facendo dell'indagine sul campo e dell'intervista filmata i loro strumenti privilegiati. Gli ascolti di RaiTre quadruplicarono, con medie di share degne delle reti maggiori. «Ma anche gli eventuali flop - ricorda Guglielmi - erano un modo di vincere, di andare avanti. Quando si lavora sulla sperimentazione, sulla ricerca, anche le sconfitte sono delle vittorie». Nel 1994 Guglielmi, rimosso dalla carica dal CdA della Rai presieduto da Letizia Moratti, diventerà amministratore delegato dell'Istituto Luce. Tra i molti direttori (ben cinque in otto anni) che si avvicendarono alla guida della Rete, solo Paolo Ruffini (2002-2009; e dal giugno 2010 ad oggi) si dimostrerà all'altezza di raccoglierne il testimone. Sotto la sua direzione nasceranno programmi come Ballarò, Che tempo che fa, Enigma, Il caso Scafroglia, Screensaver, Dove osano le quaglie, Tintoria, In ½ h, W l'Italia, Parla con me, Presa diretta, Rotocalco Televisivo (ritorno in tv di Enzo Biagi), Vieni via con me, e passeranno in prima serata Blu notte e Report, confermando RaiTre come una rete coraggiosa ed innovativa, capace di coniugare l'elevata qualità del palinsesto con alti indici di ascolto.
Un mondo televisivo "a parte" è quello che ci racconta I televisionari (2010) di Lorenzo Pezzano, che ricostruisce, attraverso le testimonianze di quanti vi svolsero un ruolo da protagonisti, l'avventura, i momenti salienti, i sogni, le difficoltà, i successi e gli insuccessi delle tv private italiane. Ci troviamo alla fine degli anni Sessanta, quando la Rai, in regime di monopolio, trasmette Studio Uno, con il duetto Mina-Totò, lo sceneggiato Il Conte di Montecristo, Lascia o raddoppia? e Non è mai troppo tardi del maestro Manzi, e svolge ancora una funzione pedagogica con effetti di socializzazione (integrazione delle diverse comunità regionali attraverso programmi accessibili e popolari, capaci di uniformarne i gusti e "sincronizzarne" i ritmi) e di nazionalizzazione ("fare gli italiani" attraverso il rafforzamento di un'identità nazionale e la promozione dell'italiano come lingua unitaria). In quel contesto - e in apparente controtendenza - singoli cittadini cominciano a dar vita a piccole tv via cavo per dar voce alle mille realtà locali con la naturalezza e la spontaneità di chi parla al proprio vicino di casa. Decine di micro emittenti, dalla gestione perlopiù familiare, dal 1966 alla fine degli anni ’70 imbastiscono vere e proprie controprogrammazioni e controinformazioni, riuscendo in numerose occasioni ad anticipare la Rai (vedi il ritrovamento del corpo di Aldo Moro raccontato in anteprima assoluta dalla GBR di Alfano), sfruttando l’agilità e la libertà di movimento tipica di chi lavora in proprio e con mezzi leggeri. Alla fine degli anni ’70 molti televisionari saranno costretti ad abbandonare l'etere, nuovo campo di conquista di Berlusconi: il sistema televisivo verrà stravolto, gli studi delle piccole tv smantellati, i nastri magnetici riciclati, le testimonianze cancellate.
Un'altra occasione per confrontare pratiche e rituali delle televisioni di ieri e di oggi verrà offerta al pubblico delle "Voci" da un'altra anteprima RaiTre: il documentario Nient'altro che questo (2011) di Massimetti e Serbandini, sull'incidente alla miniera di San José, Cile - 33 minatori imprigionati per due mesi a 700 metri di profondità - e sul circo mediatico che si venne a creare intorno alla vicenda, con tanto di telecamere calate nelle viscere della terra a riprendere le barbe lunghe e i volti smagriti e le impacciate frasi di saluto e di speranza, il tutto da sparare in diretta via satellite alle televisioni di tutto il mondo, così come il successivo resoconto della spettacolare azione di salvataggio, scientificamente cavalcata dal governo cileno che trasformò i minatori da vittime in eroi. Una vicenda che per molti aspetti fa tornare alla memoria la tragedia di Vermicino (giugno 1981). Il caso di Alfredino Rampi, un bambino di sei anni caduto in un pozzo artesiano di 80 metri, dal quale purtroppo non uscirà vivo, tenne attaccati alla tv per giorni milioni di italiani, innescando la più lunga diretta (18 ore a reti unificate) della storia della Rai: una sorta di interminabile crudelity show, il cui impatto sulla società e sul sistema mediatico nazionale sarà oggetto di riflessione da parte di uno dei numerosi ospiti d'eccezione del festival: il giornalista televisivo Piero Badaloni.




