Storie di scorievuole ricostruire prevalentemente l’avvento dell’industria nucleare in Italia, il pericolo che ancora oggi rappresenta e le modalità tecniche del funzionmento di una centrale atomica. Il testo racconta la vita di Nicola, figlio di un contadino del Metapontino che ha lavorato come addetto alle pulizie nel deposito nucleare di Trisaia di Rotondella (MT) dove negli anni Sessanta arrivarono ottantaquattro barre di uranio radioattivo provenienti dagli USA delle quali, sessantaquattro sono ancora conservate nel deposito lucano, altre riprocessate, altre ancora sono conservate nel deposito nucleare della Casaccia, a venticinque chilometri a nord-est di Roma. Nicola, avendo scoperto illeciti da parte dell’Enea, è stato licenziato. Successivamente è partito volontario per la Bosnia, dove ha respirato polvere di proiettile all’uranio e si è ammalato. Tornato in Italia ha fatto domanda alle Poste Italiane ed è stato assunto come postino a Saluggia (VC). La piccola casa che ha preso in affitto è sulla Dora Baltea, la sua finestra si affaccia proprio sul deposito nucleare del luogo. A novembre del 2003 decide di tornare in Lucania per partecipare alla protesta contro il decreto 314 emanato dal Governo, secondo il quale a Scanzano Jonico, paese dove è nato e dove suo padre conduce un’azienda agricola, dovrà nascere il deposito unico di scorie nucleari italiane. Nicola sarà tra gli organizzatori della protesta contro il decreto e comincerà ad informare la popolazione sul pericolo del deposito nucleare di Trisaia di Rotondella, dove ha lavorato anni prima e nel contempo denuncerà la situazione ad alto rischio in cui vivono oggi i depositi nucleari di Latina, della Casaccia di Roma, di Caorso ecc. Con questo spettacolo Ulderico Pesce ha ricevuto il Premio Nazionale Legambiente 2005.
Ulderico Pesce
Nato a Rivello (PZ), si è diplomato come attore presso l’Istituto del Dramma Antico di Siracusa e poi come regista presso l’Accademia d’Arte Drammatica di Mosca. Ha lavorato con Turi Ferro, Carmelo Bene, Roberto Andò, Giorgio Albertazzi, Gabriele Lavia, Luca Ronconi. e molti altri. Dirige il Centro Mediterraneo delle Arti, compagnia teatrale riconosciuta dal Ministero delle Attività culturali.
I costi del nucleare
Chi oggi ripropone l'opzione nucleare in Italia (Governo e Confindustria in prima linea) punta sulle emissioni zero di gas serra di questa tecnologia, sulla garanzia di indipendenza dall’estero e sull'abbattimento della bolletta elettrica (“Too cheap to meter” si affermava agli albori del nucleare civile, troppo a buon mercato per poter esser addirittura misurata). Ma quali sono i dati scientifici alla base di queste argomentazioni?
Partiamo dalle emissioni inquinanti. Nella fase di produzione di elettricità nucleare ovviamente non c’è emissione di gas serra, ma se si considera l'intera filiera, cioè anche l’estrazione dell’uranio e la produzione del combustibile nucleare, i conti cambiano di molto: un kilowattora nucleare produce emissioni pari a circa un terzodi quelle di una centrale a gas a ciclo combinato, il doppio rispetto al solare fotovoltaico e dieci volte rispetto all’eolico. E le cose tenderanno a peggiorare perché si stanno esaurendo velocemente le riserve ad alte concentrazioni di uranio (high grade).
I costi: c'è da chiedersi come mai, se il nucleare è un affare così interessante sia per le aziende elettriche che per i consumatori, fornisca solo il 15% dell’elettricità mondiale e nel 2030 ne produrrà meno del 10%, secondo le stime della IEA (International Energy Agency). E come mai in Francia entro due decenni la potenza delle centrali a gas (80.000 MW nel 2030) supererà quella nucleare (55.000 MW).
La realtà è che il rischio finanziario e i costi reali del nucleare sono insostenibili per le aziende elettriche: nessuna centrale nucleare oggi in funzione è mai stata costruita senza aiuti di Stato alla ricerca o direttamente alle imprese elettriche, e non ci può essere sviluppo del nucleare in un libero mercato dell'energia (per esempio la centrale EPR di Olkiluoto, in Finlandia, viene realizzata al di fuori di qualunque contesto di mercato).
L’indipendenza dall’estero: i tre quarti dell’uranio sono prodotti in due paesi politicamente stabili
(Australia e Canada, 44%) e tre instabili (Russia, Kazakhstan e Niger, 32%) e in Italia si trovano piccoli giacimenti marginali. Già oggi la produzione mondiale di uranio stenta a rispondere alla domanda e oltre un terzo del combustibile nucleare proviene da testate nucleari smantellate. Tutto questo significa che dovremo comunque importare l’uranio, il cui prezzo tenderà ad aumentare e a incidere più di quanto non lo faccia oggi sul costo del kilowattora nucleare.
Le scorie: in nessun paese al mondo, neanche in Francia o negli Stati Uniti, si è risolto il problema del loro smaltimento definitivo, mentre le centrali di quarta generazione, capaci di bruciare le scorie, sono una vera e propria chimera (per non parlare della fusione nucleare).
La questione, per concludere, non è tanto dire sì o dire no al nucleare, ma decidere, in una maniera
saggia e consapevole, quanta energia vogliamo consumare oggi e quanta in futuro. Se non vogliamo porci come obiettivo la riduzione dei nostri consumi, le fonti rinnovabili difficilmente potranno consentire di soddisfare una sete crescente di energia e avremo bisogno anche del nucleare (e sempre più di petrolio, gas e carbone). Ma dovremo aver ben presenti quali costi finanziari, ambientali e sociali saremo costretti a pagare. Costi che, alla lunga, potrebbero diventare insostenibili.
Roberto Rizzo
giornalista scientifico,
coordinatore delle riviste
FV-Fotovoltaici e Wind Energy
e consulente per le tematiche
energetiche della trasmissione
Geo&Geo di RaiTre

