Italy love it or leave it è il secondo documentario della coppia Luca Ragazzi e Gustav Hofer. Definito dallo stesso Luca come il “fratellino” del precedente “Improvvisamente l’inverno scorso”, esso affronta con l’ormai consolidata ironia una questione che anima i quotidiani dibattiti dei più o meno giovani italiani: rimare nel nostro paese o cercare fortuna altrove?
Utilizzando come spinta propulsiva lo sfratto ricevuto nel loro storico appartamento romano, iniziano un viaggio che si rivelerà essere una panoramica sui luoghi comuni che spesso sono fossilizzati nei nostri discorsi sopra l’Italia. In barba all’articolo 9 della nostra Costituzione che tutela il paesaggio dimostrano come gli italiani abbiano dimenticato troppo frequentemente le proprie origini e le proprie ricchezze in nome di un personale tornaconto.
E’ a Gustav tocca il ruolo di scettico e di potenziale fuggitivo. Ecco allora che punzecchia il compagno spiegando come ogni giorno nel nostro paese vengono cementificate aree pari a 250 campi di calcio. Ma non tutto il cemento viene solo per nuocere: la riconosciuta capacità di adattamento dei siciliani di Giarre ha ideato l’incompiuto siciliano, nuova era dell’arte italiana con la creazione di un vero e proprio festival dedicato a questa “corrente”. Poi vi sono gli imprenditori lasciati soli da Stato e familiari, le fabbriche che delocalizzano, l’idolatria per dittatori più o meno recenti.
Ma questo viaggio dimostra come l’Italia non sia solo abruttimento, non solo descrizioni umilianti o visioni apocalittiche ma voglia di lottare. E Andrea Camilleri, intervistato dai due registi esprime esattamente questo sentimento,il motivo per cui rimanere in questo paese ha un senso e le sue parole sembrano velare un’accusa verso chi abbandona senza lottare, perchè quando lasciamo il nostro posto, la nostra lotta cediamo proprio al nemico più efferato che più miete vittime,lasciamo che il Nulla imperi, l’indifferenza….Così infine la coppia compie la scelta forse più difficile in questo momento di annichilimento generale, di generale disillusione: rimanere a Roma, non raggiungere lidi che potrebbero essere apparentemente più felici.
L’accusa che può venire mossa a questo documentario è il concentrarsi in modo eccessivamente esclusivo sui luoghi comuni anche se forse l’intenzione degli autori è invece quella di sfatarli. E’ un racconto del Bel Paese oggi, dell’immondizia che non vogliamo vedere, del corpo delle donne sfruttato e così abbruttito, della natura violata, della memoria breve per fatti recenti e lontani, della sofferenza di chi teme il mondo che lascerà ai suoi figlia. Ma è anche la fotografia delle donne che alzano la testa, di chi si ribella alla corruzione, di chi mette il proprio Io a disposizione dell’altro senza vedere il colore della pella. E’ il racconto di un paese che si sta risvegliando, di un paese che sente il bisogno dei suoi guardiani e dei suoi combattenti. Perchè la vergogna non deve più nascondere la rabbia, perchè ciò che dobbiamo visualizzare davanti a noi ha un termine ormai inflazionato: il Bello.
