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Un filo lungo un secolo: Nero Petrolio di Roberto Olla

Un filo che attraversa tutto il novecento, nero di petrolio e di morte. Roberto Olla lo ripercorre nel suo documentario “Nero Petrolio”, presentato al Festival “Le voci dell’inchiesta” nel pomeriggio di venerdì 15 aprile 2011, arrivando a legare gli omicidi di figure importanti come Pasolini, Matteotti e Mattei.
Incontriamo l’autore al Caffé Letterario poco prima della rassegna stampa del mattino: si mostra piacevolmente chiacchierone, nonostante sia ancora in attesa del suo caffé.

Qual è stato il momento decisivo per la nascita del progetto? Sappiamo che il romanzo “Petrolio” di Pasolini è stata la scintilla..
La pagina di Pasolini è stata l’ispirazione, mi sono detto: ripercorriamo questa strada, il suo metodo dei collegamenti.[...] La scintilla vera e propria è stata l’incontro con il professor Canali, incontro che mi ha fatto scoprire quanto c’era realmente dietro l’omicidio Matteotti prima ancora di leggere Petrolio di Pasolini. Poi ho pensato di sviluppare un’ unica traccia che racconti il 900 attraverso il petrolio.

Quante persone sono arrivate a queste conclusioni? Intendo all’implicazione di Matteotti, di Mattei, dello stesso Pasolini?
Davvero poche, siamo a livello di ricerche per studi universitari. Quanti davvero possono aver letto i libri di canali? Forse qualche decina di migliaia, sarebbe già un successo! Ben diverso è far fare a questi argomento un salto di qualità e quantità portando il documentario sulla prima rete: è stato visto da un milione e duecento mila persone. Mi hanno infatti sommerso di e mail anche prof universitari, dicendomi che non ne sapevano nulla. Le ricerche del prof Canali ci fanno leggere in maniera diversa il fascismo che è stato anche e soprattutto corruzione.

Quali sono le sue aspettative rispetto al pubblico? Quanto si aspetta che il suo messaggio venga recepito?
Il pubblico televisivo è molto preparato, i dati d’ascolto rilevati ogni giorno ci dicono non solo che tipo di pubblico ci ha seguito ma anche quanto pubblico; io solitamente cerco di tarare il discorso per gli ascoltatori che troverò a quella determinata ora su Rai 1.

Ma ovviamente se facessimo solo questo tutto sarebbe immobile: ogni tanto si tenta con qualche operazione, come questa su Pasolini, di avvicinare persone diverse. Direi che in qualche modo la cosa ha funzionato! Il documentario è uscito dal solito circuito ristretto di ultrasessantenni ed è entrato in un altro.

Che concezione ha la gente comune del petrolio? Crede che la maggior parte delle persone abbiamo coscienza di ciò di cui si parla?
Normalmente al petrolio non ci si pensa: come mostro all’inizio del documentario, noi andiamo a fare benzina, pretendiamo di concludere l’operazionein meno di 30 secondi, non vogliamo seccature; ma se dovesse succedere che un giorno le pompe non diano più benzina ci sarà la rivoluzione, dato che del pane (a differenza della rivoluzione del mondo arabo) non ce ne frega più nulla! Piano piano però si sta diffondendo una coscienza, tra i più giovani soprattutto, che questo mondo è finito, che siamo tutti dei sopravvissuti di un mondo della benzina e del petrolio e che le energie alternative sono possibili. Il fatto che questa coscienza diventi anche di massa non significa che finisca il mondo del petrolio, perché sarebbe necessario riconvertire l’industria del mondo, delle Nazioni più ricche: ma l’industria pesante si oppone a questo, dato che per ora i costi sarebbero esosi; tutto questo finirà quando solo il petrolio stesso finirà! Quando avverrà? 20 anni fa dicevano che in 20 anni il petrolio avrebbe iniziato a scarseggiare, ma ad oggi non ne abbiamo segno: l’estrazione è diventata selvaggia per mantenere i ritmi attuali di produzione e ha acquisito nuove tecnologie (estrarre in piattaformein mezzo al mare, come nel Golfo del Messico) che ci espongono a grandi rischi. Siamo al limite del sopportabile per il pianeta.

Di questo era già cosciente Pasolini, da grande profeta del nostro tempo.

Cosa ne pensa del capitolo “Lampi sull’Eni” di Petrolio? Esiste? Potrebbe racchiudere nuovi aspetti inquietanti?
Secondo me esiste: oggi non vedo la possibilità di risvoltii nquietanti, abbiamo studiato quel periodo, sappiamo cosa avveniva nella politica petrolifera italiana, sappiamo di Cefis, Eni, P2; ai tempi di Pasolini però l’argomento era scottante, quindi è comprensibile perché quel capitolo sia sparito; anche perché Pasolini racchiudeva in sé tante figure anche quella del giornalista: un giornalista non certo qualunque, se avesse rivelato lui queste scoperte sui giornali l’ effetto sarebbe stato dirompente.

Ci viene in mente: Ken Saro Wiwa, un altro nome da inserire nella mappa, un altro intellettuale ucciso, in tempi più recenti ,perché denunciava le compagnie petrolifere; questo filo nero continua ancora oggi?
Sì, continua e se ne parla sempre meno. Pensiamo anche al caso di Mauro Volterra, collaboratore di Oriana Fallaci, che continuò da free lance la sua inchiesta: il suo è uno dei tanti omicidi camuffati da suicidio e passati sotto silenzio di persone che hanno continuato ad indagare nel modo del petrolio, dove gli affari sono così grossi che commissionare un omicidio da parte di “chi comanda” è all’ordine del giorno.

Provate a capire come funziona un contratto petrolifero, e vedrete quanti soldi sono implicati

…aggiungerei anche quanti legami politici…
I politici in questi casi sono come dei taxi, mezzi di trasporto. Sono strumenti nelle mani di chi gestisce il petrolio.

Un’ ultima domanda sul suo mestiere: Ha dato un consiglio ai giovani che desiderano intraprendere la professione di giornalisti: passare un periodo all’ estero. Detto questo, si può supporre un successivo ritorno in patria, magari per portare in Italia qualcosa acquisito fuori, o, come Pasolini, dobbiamo “cancellare la speranza dal nostro vocabolario”?

Io non cancellerei la speranza, anche se la frase di Pasolini mi inquieta, visto che ha avuto ragione in tante analisi!
Potete sperare di tornare in Italia e lavorare qui; è importante andare all’ estero anche per stringere relazioni con persone del mestiere, per capire come il resto del mondo marci su criteri di libertà, diversamente dall’ Italia. Credo che dobbiamo imparare a vedere l’ Europa come la somma di diverse regioni, un’ Europa in cui andare all’ estero non significhi varcare dei confini e giungere in terra straniera.
Faccio un esempio: io pubblicherò il mio prossimo libro a Londra: non significa che lo pubblicherò all’ estero, ma in Europa! Nn mi sento di essere andato fuori dal mio mondo, ho solo scelto un editore che ha dei criteri di gestione del libro diversi da quelli di chi è abituato ad operare partendo dall’ Italia.

Laura Bartoli, Primavera Contu, Andrea Tanase

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