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Un filo rosso si dipana nel pomeriggio di venerdì 15 aprile a Le voci dell’inchiesta“: un filo che riavvolge gli ultimi anni di storia italiana riportandoci alla figura di uno dei più importanti intellettuali di sempre, Pier Paolo Pasolini. Quel 2 novembre 1975, ad essere ritrovato in un piazzale dell’Idroscalo di Ostia, non è il semplice corpo di un poeta ma “il corpo della verità”. Con la sua volontà indagatrice, tipica dell’intellettuale, di una “voce libera”, Pasolini ha saputo sviscerare e analizzare con grande lucidità la realtà italiana del suo tempo e non solo; motivo per cui le sue opere risultano in ogni epoca sempre attuali (“Io produco una merce che è inconsumabile”).

E’ proprio la sua vorace volontà di conoscenza e l’ansia di immergersi nel fluire dell’esistenza a spingerlo, nell’estate del 1959, in giro per l’Italia a bordo della sua Fiat Millecento: un viaggio che da Ventimiglia lo porterà a Trieste percorrendo l’intera costa italiana (“È il fiume variopinto della vita congestionata dalla voglia di essere, nel senso più immediato: non importa come, ma essere qui, in queste splendide spiagge … a impegnarsi con tutte le forze per essere felici, e quindi esserlo realmente”). Nel suo diario di viaggio, intitolato “La lunga strada di sabbia”, annota luoghi, incontri significativi, colori ed emozioni. La stessa esperienza la ripropone in chiave moderna il documentarista belga Gilles Coton che ripercorre nel 2008 le stesse tappe pasoliniane e offre, nel suo film “Qui finisce l’Italia”, una splendida istantanea delle attuali contraddizioni italiane (presenti fin dal tempo di Pasolini, oggi acuite ) ma anche delle affinità che ci legano come popolo. Una carrellata di luoghi (alcuni conservatisi identici a cinquant’anni prima in tutto il loro degrado, altri modernizzati o distrutti dalle nuove realtà industriali), di persone conosciute dal grande pubblico o perfettamente anonime, che si intrecciano con parole di Pasolini che fungono da utile supporto nel descrivere il nostro paese al tempo presente.

Quello di Pasolini è uno sguardo corrosivo, che non si limita a osservare ciò che lo circonda, ma indaga, discerne la realtà per comprenderne i meccanismi soggiacenti. Il poeta si fa portavoce di una vera e propria “lotta contro la separazione dei fenomeni”: tutto è collegato e quindi, ricercando singole verità parziali, è possibile ricostruire uno scenario complessivo che porti alla verità ultima. L’ultima opera del poeta,”Petrolio” (romanzo incompiuto e pubblicato postumo nel 1992), rappresenta una sorta di “volontà testamentaria” e di “summa” di tutte le sue memorie. E’ una vera e propria inchiesta sui giochi di potere economici e politici italiani che, partendo dall’omicidio di Enrico Mattei, strettamente implicato con la torbida storia delle compagnie petrolifere, arriva alle stragi che si susseguono in Italia tra il 1969 e il 1980, riuscendo addirittura a prevedere la strage alla stazione di Bologna.

Con il suo “io so i nomi dei responsabili” e con le sue accuse precise e sorrette da documenti autentici e riservati, il poeta ha spaventato il Potere.

Magistralmente il giornalista rai Roberto Olla, sul solco di Pasolini, ha ripercorso, nel suo documentario “Nero Petrolio”, la catena di delitti legata ad esso, fino all’omicidio dello stesso Pasolini. Un filo comune collega, infatti, le uccisioni in primis di Matteotti e poi di Mattei, De Mauro e Pasolini. Matteotti, che ha coniato il termine di “Sette Sorelle” per le compagnie petrolifere dominatrici del mercato mondiale, viene ammazzato per aver scoperto il giro di tangenti nascosto “sotto il nero del regime fascista e del petrolio”. Mattei, a capo dell’Agip, denuncia ( attraverso l’emblematica storia di un piccolo gattino non ammesso al pasto dei feroci cani) la posizione di esclusione dell’Italia dalla spartizione del petrolio gestita dalle Sette Sorelle: viene fatto esplodere in volo il suo aereo a Bascapè. Alla morte di Mattei si ricollega quella del giornalista De Mauro, ucciso per aver scoperto i mandanti dell’assassinio. Pasolini, in questo senso, chiude il cerchio. Egli infatti, che vede nel petrolio il “simbolo del potere”, viene in possesso di documenti che provano il coinvolgimento di Cefis (il personaggio “Troya” di Petrolio) nel caso Mattei: il capitolo di Petrolio “Lampi sull’Eni” (uno sguardo impietoso sull’economia petrolifera italiana) scompare e il corpo di Pasolini, macabro messaggio per chi rimane, viene ritrovato il 2 novembre 1975 a Ostia. Nulla a che vedere quindi con un delitto a sfondo omosessuale per mano del diciassettenne Pino Pelosi che sotto minaccia si autoincolpa per poi ritrattare facendo i nomi degli esecutori materiali, i fratelli Borsellino e altri due borgatari, come è emerso nell’intervista- racconto di Roberta Torre “La notte quando è morto Pasolini”; tra le pagine di Petrolio sottratte giace ancora il mandante.

Le voci dell’inchiesta” hanno il merito di aver riproposto uno dei nodi cruciali della storia nazionale, ma soprattutto di averci incoraggiato a proseguire nella ricerca di verità, indagando le trame più oscure, collegando fatti e volti, in quanto, come si afferma nel Vangelo di Luca (che Gianni d’Elia cita in “Nero Petrolio”): “non c’è nulla di nascosto che non debba essere svelato, né nulla di segreto che non debba essere conosciuto”.

Francesca Varlaro

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